Ministero per i Beni e le Attività     Culturali

Fondo Manoscritti

Il Fondo Manoscritti è il risultato del frazionamento di più raccolte documentarie, il frutto dello stratificarsi di differenti fondi la cui provenienza è riconducibie a lasciti, donazioni, acquisti e annessioni di documenti susseguitisi nel corso dei secoli. Non ultimo, infatti, è il fenomeno dell'inglobamento del materiale documentario giunto dalle numerose biblioteche conventuali sarde, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi.

Il 18 Agosto 1891, l'allora direttore della Biblioteca, Erasmo Severini (1881-1892), in una nota preliminare all'inventario del Fondo Manoscritti, a proposito della eterogenea origine di questo materiale documentario, così scriveva: "Nell'anno 1881 quando a questa biblioteca venne lo scrivente, i manoscritti erano sparsi in diversi luoghi della medesima. Alcuni erano di provenienza di Monserrato Rossellò, e poi dei Padri Gesuiti. Altri dei Padri Scolopi e dei Carmelitani... non è detto con quali criteri [questo fondo] si sia formato..."

Tra i primi documenti manoscritti immessi in questo grande fondo di plurima derivazione meritano di essere ricordati alcuni pregevoli esemplari provenienti dalle biblioteche dei conventi gesuitici soppressi di Cagliari.
Il 4 settembre 1778 il Vicerè Don Francesco Lascaris di Castellar, Magistrato sopra gli studi, avanzò al re una proposta con supplica; in essa egli chiedeva che il patrimonio bibliografico dei Gesuiti di Cagliari fosse riversato nella Biblioteca Universitaria della città. Solo a dicembre 1779, un dispaccio del sovrano permise alla Biblioteca di incamerare il patrimonio bibliografico dei tre collegi gesuitici cittadini di San Michele, Santa Teresa e Santa Croce (già soppressi nel 1773).
Con l'incameramento dei beni librari di questa congregazione religiosa, confluì alla Biblioteca Universitaria di Cagliari il preziosissimo fondo bibliografico che aveva costituito la biblioteca privata di Monserrato Rossellò, l'illustre giureconsulto cagliaritano, personaggio di spicco della Sardegna spagnola (secc. XVI-XVII) che con testamento del 1594 (morì nel 1613) aveva voluto rendere eredi della sua biblioteca, oltre che dei suoi numerosi beni, i Padri gesuitici del Collegio cagliaritano di Santa Croce.

Dal considerevole patrimonio bibliografico del lascito Rossellò che comprendeva sia documenti manoscritti che libri a stampa, pervennero alla Biblioteca Universitaria di Cagliari anche alcuni preziosi codici, nei quali, a conferma dell'origine, i Gesuiti avevano apposto il nome del loro benefattore, ossia l'ex libris Monsserrati Rossellò.
A motivo di questo, è d'obbligo fare una piccola precisazione dicendo che questi codici manoscritti di pregevole fattura, portanti la suindicata nota di possesso potrebbero non aver mai fatto parte fisicamente della biblioteca del noto giureconsulto ed essere stati acquisiti dai Padri Gesuiti, solo dopo la sua scomparsa. Di essi infatti non si fa alcun cenno nell'inventario post mortem dei beni del Rossellò.
La volontà da lui espressa nel testamento confermerebbe questa tesi. Infatti, secondo i vincoli imposti dal Rossellò, i Padri Gesuiti avrebbero dovuto prelevare annualmente dalla sua eredità una somma pari a 25 ducati da impiegarsi per l'acquisto di nuove opere, nelle quali come previsto nel testamento, la congregazione gesutica avrebbe dovuto iscrivere il suo "ex libris", similmente a quello presente nei volumi pregressi da lui posseduti, da entrambi questa nota di possesso non si sarebbe mai dovuta cancellare.

Tra i più preziosi codici del lascito Rossellò presenti in Biblioteca meritano soprattutto di essere ricordati una "Divina Commedia" (Ms. 76) e il "Commentaria in Clementinas" di Giovanni da Legnano legato insieme alle "Additiones super Clementinas" di Giovanni Calderini (Ms. 2/1-2)

Il codice della "Divina Commedia" è un'autentica rarità (sec. XIV-XV). Si tratta di uno degli oltre seicento esemplari di codici danteschi conosciuti, verosimilmente opera di un copista dell’area aretino-cortonese. L'esemplare è acefalo e mutilo di alcune carte, manca pertanto il primo canto dell'Inferno che inizia con il verso 22 del secondo canto, l'opera risulta lacunosa in più parti.
Il testo è disposto su una colonna, la scrittura è gotica libraria di transizione (come è stata definita dai paleografi). Il testo è arricchito da numerose miniature di svariati colori, valorizzate dalla brillantezza dell'oro zecchino.
La singolarità di questo codice è data dalla presenza nel testo di due terzine aggiunte e spurie, attribuibili a modifiche apportate successivamente; la prima alla fine del canto XXI e l'altra alla fine del canto XXIII dell'Inferno, si pensa siano da attribuire ai revisori e non all'estensore del codice.

Il codice "Commentaria in Clementinas" contiene la raccolta delle leggi emanate da Clemente V, il papa francese eletto a Perugia nel 1305 e poi tornato in Francia dove, a Carpentras, scelse di rimanere per il resto del suo pontificato, dando l'avvio a quel travagliato momento storico che poi, sotto il papato di Giovanni XXII (1316) con il trasferimento della sede apostolica ad Avignone, passerà alla storia con il termine di "cattività avignonese" e vedrà la Chiesa squarciata da un aspro conflitto tra papi e antipapi.
Dopo aver indetto il Concilio di Vienne (1311), Clemente V si preoccupò di emanare una serie di decreti, le cosiddette "Clementine" che andarono a formare una parte del Corpus iuris canonici, in quanto importanti fonti legislative in materia ecclesiastica e che, come era nelle intenzioni del pontefice, dovevano essere diffuse nelle università, per esservi studiate. La prematura morte (1314) impedì a Clemente V di attuare il suo disegno che, tuttavia, venne realizzato dal suo successore Giovanni XXII.
I commenti che seguirono alla larga diffusione di questo testo generarono non poca confusione, cosa che portò il cardinal Pedro de Luna a decidere che le "Clementine" venissero rimaneggiate; fu appunto quest'ultimo, nella seconda metà del XIV secolo, ad affidare tale compito a due esperti canonisti dell'Università di Bologna, Giovanni da Legnano e Giovanni Calderini. Il prezioso codice manoscritto della Biblioteca Universitaria di Cagliari racchiude le opere di entrambi i docenti dell'ateneo bolognese e nel contempo tramanda una storia suggestiva che narra del suo percorso e del suo approdo presso questa Istituzione: questo codice, fastosamente decorato con miniature della Scuola di Nicolò da Bologna, venne commissionato dal suddetto Cardinal Pedro de Luna che intendeva donarlo al pontefice Urbano VI (eletto nell'aprile del 1378) del quale sostenne la candidatura, difendendo la legittimità del voto datogli nel contrastato conclave che lo elesse.
Ben presto però, unitosi ad un nutrito schieramento di cardinali francesi ribelli al papa, anch'egli prese parte ad un conclave indetto arbitrariamente a Fondi e qui, come loro, convintosi della illegittimità della nomina di Urbano VI arretrò nei suoi propositi esprimendo il suo consenso per la proclamazione dell'antipapa Clemente VII, divenendone seguace. Proprio nel mezzo di questi eventi mutevoli della storia della Chiesa si inquadra il destino del suindicato codice che secondo le decisioni prese dal de Luna non venne più consegnato al papa; il nome di Urbano VI che in origine era stato scritto nella prima carta del codice venne abraso e, l'opera rimase per sempre nelle mani del cardinale aragonese che, nel 1394 divenne antipapa col nome di Benedetto XIII. Deposto e scomunicato dal Concilio di Costanza (1417) egli fece ritorno in Spagna dove rimase fino alla sua morte, avvenuta nel 1423.
Il pregevole codice, sopravvissuto ai tanti spostamenti e custodito fino a quel momento dal de Luna forse superando chissà quali altre vicende difficilmente tracciabili giunse infine a Cagliari. Non è dato sapere se esso sia pervenuto tra i beni del suaccennato Monserrato Rossellò ancor prima della sua morte o se, per i motivi anzidetti, solo successivamente esso sia stato acquisito dai Padri del collegio gesuitico di Santa Croce che, vincolati dal legato dell'illustre giurista, erano tenuti a garantire annualmente l'accrescimento dei suoi fondi librari e manoscritti.
L’alienazione dei beni gesuitici di Santa Croce alla Biblioteca Universitaria di Cagliari ha scritto l’ultimo atto della storia di questo importante codice che a tutt'oggi è oggetto di interesse per gli studiosi, per gli storici e gli intenditori del libro antico.

Dallo stesso Collegio di Santa Croce e come i precedenti con la nota dell'ex libris Monsserrati Rossellò, confluirono nel medesimo Fondo Manoscritti di questa Biblioteca numerosi altri codici altrettanto degni di nota, tra i quali, di particolare interesse per la storia della Sardegna si possono citare il "Llibre del consolat del mar" (Ms. 80) e gli "Usatici Barchinonenses" (Ms. 6/1)
Al di là dei documenti provenienti dal lascito Rossellò, come già detto, questo vasto Fondo Manoscritti costituito da documenti di varia provenienza accrebbe nel tempo con l'acquisizione di altre preziose raccolte. Negli anni 1936-1938, grazie ad un notevole contributo dell'allora Ministero per L'Educazione Nazionale, dal quale dipendevano archivi e biblioteche e, grazie alla tenacia della Dott.ssa Bianca Bruno allora Direttrice della Biblioteca Universitaria di Cagliari, pervennero a questa Istituzione degli esemplari manoscritti stimati per l'eccellenza, rarità e vetustà.
Fra tutti si ricordano in particolare due codici membranacei originali (XII- XIII secolo) di capitale importanza per la conoscenza della vita economica, politica e sociale del Medioevo sardo. Si tratta del "Condaghe di Santa Maria di Bonarcado" (Ms. 277) e del "Condaghe di San Nicola di Trullas" (Ms. 278).
Il termine Condaghe deriva dalla parola bizantina "contacion" che stava ad indicare il bastone dove venivano avvolte le pergamene, lo stesso termine in seguito venne usato per indicare l'insieme di carte che legate tra loro andavano a comporre un volume, un registro etc. In Sardegna, sono definiti Condaghi i registri patrimoniali compilati dagli abati o dai priori dei monasteri; in queste carte costoro segnavano le vendite, le permute, le donazioni, le cessioni di terre e di servi, gli acquisti e le vendite di bestiame, insomma, tutti gli atti riguardanti il patrimonio del monastero di appartenenza.
Di questi registri molti andarono perduti, altri appunto, arrivarono sino a noi in originale, essi sono considerati di capitale importanza per lo studio della lingua sarda e per la ricostruzione della vita economica, politica e sociale della Sardegna medioevale.
Il loro uso nei monasteri tuttavia perdurò nel tempo, infatti la compilazione di alcuni di essi va ben oltre il periodo dei Regni Giudicali, finanche al XVI secolo. I due cimeli bibliografici succitati rimasero per anni ignoti e inaccessibili, conservati dapprima nella Biblioteca della famiglia Simon di Alghero passata per successione ereditaria ai membri della famiglia del ramo Guillot, quindi da uno di essi, Matteo Maria Guillot, furono messi in vendita e acquistati dalla Biblioteca Universitaria di Cagliari.

Sempre per acquisto, dalla Biblioteca Simon-Guillot di Alghero e nel medesimo periodo pervennero alla Biblioteca Universitaria di Cagliari numerosi altri documenti manoscritti, incunabuli e altri volumi a stampa di notevole valore. Tra i manoscritti di questa nuova provenienza, oltre ai Condaghi meritano di essere citati altri tre codici di cui due membranacei del XIV-XV secolo, con finissime miniature, in scrittura gotica libraria, contenenti testi patristici: il Libri Sententiarum di Pietro Lombardo (Ms. 281 ) e i Commentarii di Giovanni Scoto alla "Gerarchia" di Dionigi Aeropagita (Ms. 280); il terzo codice in scrittura umanistica di più mani è un Portolano cartaceo del XV secolo di Giovanni da Uzzano (Ms. 279/1-3) inserito alla fine di una lunga serie di notizie dello stesso autore sul commercio e le gabelle di Firenze, Pisa, Siena e Talamone (Libro di gabelle; Pesi e misure e monete), cui seguono varie istruzioni sulla marineria e la navigazione del tempo (Compasso da navigare).